
Viviamo in una società basata sul fast food, sulla paura e sulla gratificazione immediata. Questo si riflette anche nel modo in cui affrontiamo nascita e maternità: molte mamme vengono indotte prima della data del parto o durante il travaglio per accelerare il processo, incoraggiate a ricorrere all’epidurale e spaventate da storie di dolore. E una volta che il bambino nasce, ai genitori viene insegnato a zittire e calmare rapidamente un neonato che piange.
Ma il pianto è l’unico modo che un bambino ha per comunicare con il mondo.
Preferisco dire che un bambino non “piange”, ma “parla”. I neonati comunicano per tanti motivi: possono avere fame o sete, essere stanchi, bagnati, spaventati, desiderare di essere presi in braccio, chiedersi dove sei o semplicemente voler attirare la tua attenzione. Se sposti la tua convinzione da “Il mio bambino piange, è in difficoltà e devo rimediare” a “Il mio bambino sta comunicando: potrei non capire subito cosa vuole, ma lo ascolterò”, tutto cambia.
Il tuo bambino ha diritto di esprimersi. Rispondere ai suoi bisogni non lo vizierà: al contrario, costruirà un legame di fiducia tra voi.
Alla nascita, per esempio, ascoltare il pianto significa riconoscere la sua prima voce. Non serve dirgli subito “non piangere, va tutto bene”, ma piuttosto mostrargli empatia: “Wow, questa è la tua voce? Dimmi di più”.
I bambini comunicano molto, quindi la cosa più importante è offrire empatia e ascolto. Se proviamo a zittirli ogni volta che si esprimono, ricevono il messaggio che i loro sentimenti non contano.
Nel mio lavoro come doula post-parto, ho notato che spesso i piccoli piangono per esprimere un loro bisogno di contatto.
Per questo incoraggio sempre i genitori a rispondere al loro pianto. Non credo nei metodi che invitano a lasciare un neonato piangere da solo per calmarsi o addormentarsi.
Quando rispondo a un bambino che piange, non cerco di distrarlo o calmarlo subito: mi avvicino e mi sintonizzo con lui. Posso dire: “Ti sento, sono qui, sembri spaventato?” oppure “Sembri molto turbato, raccontami come ti senti”. Un bambino che sente empatia si calma. Spesso attraverso il pianto racconta la sua nascita, un sogno spaventoso o il disagio di essersi addormentato sul seno e risvegliato da solo nella culla.
Prendere in braccio un neonato dicendogli “Non piangere, non c’è niente che non va” significa negare i suoi sentimenti. Pensaci: come ti sentiresti se, mentre piangi, una persona amata ti dicesse la stessa cosa?
Naturalmente, a volte il pianto è legato a bisogni immediati come fame, sonno o pannolino sporco.
Ma una volta soddisfatti i bisogni fisici, lascia spazio ai suoi pensieri e sentimenti.
Se questo avviene nel cuore della notte, puoi darti un limite: “Ti sento, ti ascolto per un po’, poi torniamo a dormire”. Dopo avergli permesso di esprimersi, puoi accompagnarlo con delicatezza al sonno usando la fasciatura, il silenzio o altre tecniche di conforto.
Ascoltare, più che zittire, è il modo migliore per rispettare e riconoscere la voce del tuo bambino.